Siamo tutte adolescenti ovvero viaggio nella letteratura ribelle

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Ilustrazione di Fred Calleri

 

 

Quando ho inaugurato la libreria ero incinta della mia prima figlia (i figli poi sono diventati tre evvabeeee), la quale attualmente esattamente come Centostorie, entra negli anni complicati dell’adolescenza.
Quando la osservo da fuori e osservo anche le figlie delle colleghe con cui ormai da anni lavoro, le vedo ben bardate, o meglio organizzate a entrare in quegli anni difficili.

Sanno come posizionare i capelli, come si eliminano i peli superflui, quali sono le ultime mode e quale colore accosto a qual’altro.
Io mi ricordo terribile. Ricordo che quando chiesi a una mia compagnia (non meglio messa di me, direi oggi con un pizzico di acredine) quale fosse dal punto di vista estetico la mia miglior dote, mi rispose dopo aver lungamente riflettuto “i capelli”.

Non so se oggi abbia guadagnato qualche punto dal lato estetico, i capelli li porto comunque corti e ho fatto pace con i miei difetti. Devo ammettere che guardando le foto del periodo anche io fatico a trovare una qualità, mi sentivo fragile e malmessa e questo era palese.
Tutt’altro che palese la fragilità che le adolescenti che ho sotto gli occhi portano con sè. La fragilità, la mutevolezza, la difficoltà nel confrontarsi con un corpo che cambia sono d’obbligo e credo che non ci si possa esimere. La crudeltà di questo tempo è invece una parvenza di forza, di falsa consapevolezza di sè e del mondo intorno, che lascia ancora più celata una fragilità comunque esistente.

Abbiamo tanto parlato, in un guizzo giusto e forse leggermente eccessivo, delle ragazze ribelli. Per insegnare loro che possono avere ciò che vogliono, che potere è volere, che wearethechampionsmyfriend. E’ giusto galvanizzare, incoraggiare e fornire loro esempi positivi.
Fin dalla più tenera età a molte di loro è stato messo in braccio un bambolotto e il resto lo ha fatto la società. Società che ci racconta mogli uccise da mariti gelosi e un isolamento tutto femminile nella gestione della vita famigliare (con la mia regione agli ultimi posti per assistenza alle famiglie), raccontare che nonostante tutto possiamo farcela è giusto.

Ma temo che questa narrazione faciliti alcuni passaggi e come la parvenza di un capello passato a piastra, lasci molti dettagli importanti in seconda fila. La letteratura dovrebbe forse aggiungere quel tanto di fatica che si fa nel raggiungimento dei propri obiettivi. Mica facile fare il lavoro che si vuole, bello avere le idee ma quante salite per metterle in pratica. Approssimare questo passaggio, come alcuni film americani che nella parte organizzativa, di sforzo e fatica vanno avanti veloce con una bella musichina sotto, non è sano.

Se ci si concentra un momento e si pensa ai personaggi letterari che più ci hanno colpito e con cui abbiamo trovato una fine empatia sono quelli che hanno avuto traversie, dubbi, depressioni cosmiche e incredibili riprese. Non che fossero bipolari, ma la vita, almeno la mia, così mi pare. Non per forza la letteratura deve ammantarsi di realismo, ma credo che uno dei meccanismi più belli sia quello di “calarsi nei panni”, sentire affinità, pensare quel personaggio come vivo e reale.
Profili iconoclasti e agiografici aiutano quel tanto per aver presente, che sì queste persone sono vissute e sono riuscite. Ma la stessa agiografia dei Santi, ne raccontava anche le peripezie, i difetti, le prove superate a malapena o non superate affatto, ma nella convinzione di aver chiaro l’obiettivo.
Io credo che questo tolga un velo sui capelli piastrati. Che apra a scenari incredibilmente complessi, con cui gli adolescenti senza dubbio dovranno confrontarsi.
Io penso che anche Rita Levi Montalcini sia stata un’adolescente disastrosa e questo senza dubbio bisogna ricordarlo alle nostre figlie. Senza scoraggiarle, ma anzi con lo scopo di raccontare tremendi capitomboli e meravigliose risalite.

In definitiva, ho tagliato i capelli. Ho aperto una mia attività commerciale, che mi costa gioia e fatica. Certe volte sono così stanca che non mi ricordo neanche come mi chiamo. Certe volte sono così entusiasta che le mie colleghe devono tenermi seduta sulla sedia, obbligandomi a respirare. Certe volte io, almeno io, sono proprio un essere umano (con o senza piastra allegata).