Di cioccolatini e di periferie

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Sono una di periferia. Come piacerebbe romanticamente dire a qualcuno una che vive ai margini dell’impero. Ma a Roma dell’impero rimane proprio poco, immaginarsi i margini cosa sono: qualcosa di misto fra cinismo e amarezza, con un po’ di puzzo di immondizia misto a smog.

Però non mi fingo altro. Ho la casa al Quadraro e ho vissuto e vivo ancora l’assedio di ruspe per sfollare case a ridosso di imperi in decadenza. Ho la libreria a Centocelle con disastri ecologici nei parchi limitrofi ed esiti incerti su campi rom.

Non sono una nata in periferia. Il mio passato appartiene a quartieri bene. Perciò nella periferia ho imparato a viverci. A volte la odio. Quando è brutta e triste, buia e sola. Soprattutto se è sola. A volte poi la amo, quando mi sorprende, quando si affeziona, quando ti dicono “non sapevamo dove andare, ci facciamo un giro qui”.

Quando organizzo eventi e corsi e attività, molti ci chiamano per avere conferma dell’indirizzo per arrivare, stupendosi della decentralizzazione della mia piccola attività. Così penso a queste persone che devono fare lo sforzo inverso a quello che facciamo tutti noi, che le periferie le viviamo. Organizziamo moti inversi.

Che poi diciamoci la verità: Centocelle è ancora periferia? Di strada per la periferia quella vera, c’è ancora da farne, fin dove arriva la metro C e ancora oltre. Lì dove finisce Roma, che sembra davvero non finire mai. Che quando prendi la Casilina ti dici ma è ancora Roma qui? Ma davvero?

E così ti senti pure un po’ ipocrita a dirti di periferia. Periferia, ma per piacere! Sei una che non l’ha mai vista la periferia. Perché nella mia testa c’è sempre qualcosa di peggio. Perché la mia testa lavora così: per costruire ha bisogno di pensare ad un parametro per cui sono sempre passibile di essere presa in giro per le mie considerazioni approssimative.

Però una cosa vorrei dirla. Ed è una cosa bella, una cosa che mi ha fatto ridere e anche un po’ piangere e anche un po’ riflettere. Recentemente ho avuto modo di conoscere Benjamin Leroy e Merel Eyckerman, due fantastici illustratori fiamminghi (in Italia pubblicati per lo più dalla Sinnos) che ci hanno fatto dono di venire in Italia in un tour delle librerie del circuito Cleio, a cui appartengo e hanno visitato anche la nostra libreria. Ad accoglierli 30 bambini di ogni età, sbalorditi che una cosa tanto bella potesse stare in un posto piccolo e un po’ solitario come Centostorie.

Abbiamo a lungo parlato con loro della mia scelta di aprire la libreria a Centocelle. Cerco sempre di essere onesta su questa scelta. Quando ho aperto è stata una scelta data da alcuni fattori non emotivi, ma di fattibilità. Io non sono una missionaria, sono una libraia e perciò prima di ogni cosa una commerciante. Devo poter stare sul mercato. Tuttavia, tante volte in questi 12 anni avrei potuto cambiare. E non l’ho mai fatto. E questa è stata una scelta, non solo di sostenibilità ma anche valoriale. Questo quartiere se la merita una libreria per bambini. Non saremo sempre all’altezza della situazione. A volte incasinate, a volte stanche, a volte con errori grossolani, ma abbiamo quest’obiettivo di bellezza ben chiaro in mente.

In occasione della loro visita, Merel e Benjamin ci hanno regalato una scatolina contenente cioccolatini di fattura belga. I migliori al mondo, mi sa. Appena li ho visti ho pensato, come pensano in moltissimi e come anche i miei ospiti appena vedono una scatola di cioccolati, alla frase di Forrest Gump sulle scatole di cioccolatini. Perciò ne ho presi una manciata, uno buono dovrà pur esserci, mi sono detta. Ecco nella mia vita ho sempre peccato di ingordigia, mettendo in crisi l’intero sistema a volte. Le mie colleghe sono terrorizzate dalla mia frase “ho un’idea”. Perché vorrà dire mesi di lavoro e imprevisti in ogni dove. Imprevisti che non ho affatto considerato, ma che si avverranno sempre.

Come questa libreria. Io mica lo sapevo. Ho fatto un business plan e ho partecipato ad un bando. Tutto qui. Poi ho chiuso gli occhi e sono scivolata giù, a volte con non poche difficoltà. Sono una che abita la periferia, la grazia non fa parte del mio bagaglio.