La scuola è morta. W la scuola!


Leggiamo e volentieri rilanciamo le parole di una mamma al ritorno dalla prima riunione annuale genitori-insegnanti:

Gentile Ministro Gelmini,

sono una mamma di un bimbo di sette anni, che quest’anno frequenta la terza elementare di una scuola pubblica della periferia romana, una scuola piuttosto grande, molto ricca sul piano dell’esperienza umana, in termini di differenze socio-culturali e di integrazione.

Ho deciso di scriverle di ritorno dalla prima riunione annuale genitori-insegnanti, perché oggi, dopo questa riunione, volevo confessarle che mi sono arresa.

Avessi visto bambini disinteressati all’apprendimento e alla socializzazione, avessi visto genitori lontani e indifferenti all’educazione dei propri figli, avessi visto insegnanti senza voglia di lavorare, forse avrei continuato a sperare, a credere. A credere che magari, in un’altra scuola, con insegnanti più motivati, tra ragazzi più seguiti dalle famiglie, magari la situazione avrebbe potuto essere migliore.

Ma no. Qui i bambini sono svegli, sensibili, intelligenti. Non accolgono gli stranieri, perché non li vedono proprio come stranieri, ma li sentono da subito come loro.  I genitori si interessano dell’educazione dei loro figli. Gli insegnanti vorrebbero poter svolgere un ruolo educativo e soffrono di sentirsi, spesso, invece, per le circostanze lavorative, semplicemente dei baby-sitter.

Forse anche per il contrasto con questa enorme ricchezza umana di bambini, genitori, insegnanti,  oggi ho avvertito, e vorrei riuscire a comunicarglielo, un senso di impotenza  dinanzi alle condizioni della scuola elementare nel nostro paese, un enorme sconforto, la consapevolezza che ormai la buona volontà dei bambini e dei genitori e l’impegno personale degli insegnanti non basta più.

La scuola elementare italiana non può più reggersi sulla buona volontà dei ragazzi e delle famiglie, sulla capacità di resistenza di molti insegnanti e sulla passione ancora inauditamente accesa di alcuni altri.

E’ minata nelle fondamenta. E ormai, non esiste più.

[…]

La scuola non esiste più come comunità di apprendimento che ha il fine di generare conoscenza organizzata e di qualità, cui ogni ragazzo possa accedere liberamente.

La scuola non esiste più come progetto educativo. Ci sono gli edifici scolastici, ci sono i banchi e le sedie (anche se non sempre), ci sono i bambini, ci sono gli insegnanti, ma non c’è più la Scuola.

Non c’è più la scuola come mattone costitutivo del nostro sistema sociale. Non c’è più una scuola capace di fondarsi su un progetto, una filosofia educativa.

Manca una visione d’insieme del valore e della funzionale sociale e relazionale che la scuola dovrebbe avere.

Poco spazio viene riservato alla dimensione creativa, tanto che l’unicità non è quasi mai connotata in maniera positiva, andando a costituire un elemento di disturbo dell’armonia della classe, soprattutto in quanto richiederebbe un ruolo educativo e non meramente didattico che gli insegnanti oggi non si possono permettere di svolgere, per la carenza di tempo, per la necessità di portare a termine programmi non soltanto antiquati, ma del tutto sconnessi da una società che si muove in ben altre direzioni e a ben altre velocità, per la demotivazione e la frustrazione.

Così, non per mancanza di volontà degli insegnanti, ma per la delegittimazione che gli insegnanti subiscono ogni giorno sul piano economico, sociale, culturale, per la scarsa importanza attribuita alla scuola come costruttore di cittadini liberi e di una società democratica, uniformità e omogeneità diventano regole di convivenza più semplici da inculcare, per avere gruppi classe più agevoli da gestire.

E non ambisco a quella che in Italia sarebbe soltanto un’utopia, cioè a una scuola che si propone di trasformare i bambini e i ragazzi in persone capaci di creare valore, realizzando le condizioni per la felicità propria e della società in cui vivono, in persone consapevoli e libere di agire moralmente, senza però avvertire le regole come un peso o un ostacolo, secondo una pedagogia, che come insegna il pedagogo giapponese Tsunesabuto Makiguchi, fonda sul riconoscimento della necessità dello spirito critico, la capacità di conciliare felicità individuale e sviluppo sociale.

Mi rivolto a lei, Ministro, non per chiederle di intervenire.

Come le dicevo, infatti, mi sono arresa. Cercherò di educare mio figlio, sperando che la scuola non me lo rovini troppo. Cercherò di dare a mio figlio occasioni di formazione, di crescita culturale, al di fuori della scuola. Per fortuna, posso. E posso solo ormai dispiacermi per chi non può. E’ così che si fa dinanzi alla nave che affonda, no? Si salvi chi può.

Mi rivolgo a lei, Ministro, soltanto per chiederle, dall’alto della sua carica istituzionale, di alzarsi in piedi, con noi, bambini, genitori, insegnanti, per osservare un minuto di silenzio per la morte della scuola italiana.

Questo, almeno, Ministro, ce lo deve.

il testo integrale lo trovate qui.

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